Per epilessia si intende una patologia dell’encefalo caratterizzata da una predisposizione a generare crisi epilettiche. Si parla di epilessia quando si verificano almeno due episodi di crisi epilettiche non provocate in un intervallo di tempo superiore a 24 ore. Il sospetto di epilessia idiopatica nasce quando si riscontrano episodi ricorrenti di crisi convulsive, in assenza di possibili cause strutturali sottostanti e di altri deficit neurologici tra una crisi e l’altra. Le crisi convulsive sono un sintomo neurologico abbastanza comune nella popolazione felina, con una prevalenza di circa lo 0.5-3.5%. Le crisi convulsive nel gatto si manifestano frequentemente come delle forme focali, con o senza una generalizzazione secondaria. I segni ictali più frequenti includono: ipersalivazione, twitching facciali, tremori, midriasi ed anomali movimenti degli arti o della testa. In alcuni casi le forme focali possono apparire inosservate e progredire rapidamente in forme generalizzate. La fase ictale generalmente non dura più di tre minuti.
L’età tipica di insorgenza delle crisi convulsive è superiore o uguale ad 1 anno e inferiore ai 7 anni anche se il range di età può variare. Ad oggi non è stata evidenziata una maggiore predisposizione di sesso o razza. La diagnosi di epilessia idiopatica è raggiunta tramite un percorso ad esclusione. Prima di definire un paziente epilettico idiopatico è necessario escludere tutte le possibili cause di crisi epilettiche, come patologie infiammatorie, vascolari, neoplastiche e, meno frequentemente metaboliche o tossiche. Si parla di epilessia idiopatica nel momento in cui non vengono riscontrate anomalie significative alla visita clinica, alla visita neurologica, negli esami del sangue e delle urine e a seguito di una risonanza magnetica dell’encefalo con esame del liquido cefalorachidiano negativi.
La scelta di iniziare la terapia antiepilettica deve essere presa valutando il singolo paziente, tendendo conto della gravità delle crisi convulsive e dei possibili effetti collaterali. Non meno importante, è la compliance del proprietario, che deve monitorare l’efficacia del trattamento medico e comunicare eventuali difficoltà con la somministrazione orale dei farmaci (spesso un fattore determinante per l’efficacia del trattamento nel gatto). Seguendo le linee guida stabilite per il cane, si raccomanda di cominciare con la terapia nel momento in cui si verifichino 2 o più crisi convulsive in 6 mesi, oppure a seguito di un cluster di crisi epilettiche o status epilettico. Altri motivi per iniziare la terapia antiepilettica sono legati alla gravità e alla durata della fase post-ictale o se si nota un peggioramento della frequenza e della durata delle crisi. L’obiettivo della terapia antiepilettica è quello di ridurre la frequenza e la gravità delle crisi, dando al paziente una buona qualità di vita, senza gravi effetti collaterali dati dai farmaci. Il fenorbarbitale è considerato il farmaco più efficace nella terapia antiepilettica, ulteriori farmaci utilizzabili nel gatto sono il levetiracetam e la zonisamide.
La maggior parte dei gatti (50-80%) in terapia con fenobarbitale, mostra un ottimale controllo delle crisi. Nel caso in cui non si riesca ad ottenere una buona risposta al farmaco è indicato associare un ulteriore antiepilettico. Obiettivo di fondamentale importanza è riuscire a controllare la frequenza delle crisi, conservando una buona qualità di vita. Studi recenti hanno mostrato che iniziare la terapia antiepilettica in modo precoce, può essere associato ad una prognosi migliore e ad un buon controllo delle crisi a lungo termine. Ridurre o sospendere la somministrazione dei farmaci antiepilettici è una procedura rischiosa; è stato infatti riscontrato che l’86% dei gatti con epilessia idiopatica trattata con fenobarbitale e senza crisi epilettiche da circa un anno, ripresentavano crisi alla sospensione del farmaco o alla riduzione della dose.
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