Il carcinoma squamocellulare (SCC) è un tumore maligno delle cellule squamose (cheratinociti) che compongono l’epidermide; rappresenta il 15% dei tumori cutanei del gatto. Si presenta tipicamente in gatti di età superiore ai 10 anni e non sono state evidenziate predisposizioni di razza; tuttavia, le razze Siamese, Persiano e Himalayano sembrano essere meno colpite. È un tumore che raramente metastatizza, ma tende a dare infiltrazione locale e provocare lesioni ulcerative dolorose.
La maggior parte degli SCC cutanei sono causati dall’esposizione cronica ai raggi ultravioletti, in particolare alle radiazioni UVB. Per questo motivo, si presenta più comunemente a livello della testa, tipicamente in aree a pelo rado e a cute non pigmentata. La presenza di melanina a livello cutaneo e il pelo costituiscono una barriera fisica alle radiazioni UV, per cui gatti a pelo lungo e a cute pigmentata risultano essere naturalmente meno predisposti all’insorgenza di questo tumore. Le lesioni da esposizione ai raggi UV si presentano all’inizio come cheratosi attinica, forma antecedente alla trasformazione tumorale dei cheratinociti. Lo stadio successivo alla cheratosi attinica è rappresentato dal carcinoma squamoso in situ, caratterizzato da cellule neoplastiche che non hanno ancora infiltrato la membrana basale dell’epitelio. Quando le cellule infiltrano la membrana basale, si parla allora di carcinoma squamoso. Meno comunemente, anche l’infezione da Papillomavirus (FcaPV-1, -2, -3) è stata riconosciuta essere responsabile dell’insorgenza di carcinoma in situ e SCC. A differenza del cane, in cui si manifesta prevalentemente in soggetti giovani, l’infezione da Papillomavirus coinvolge solitamente gatti adulti/ anziani (dai 6 ai 13 anni di età), soprattutto se affetti dal virus dell’immunodeficienza felina (FIV) o in terapia con agenti immunosoppressivi.
Il SCC si presenta tipicamente come lesioni crostose che non guariscono, in particolare a livello di pinna auricolare, palpebre e planum nasale. Molto spesso le lesioni risultano eritematose e talvolta ulcerate. Per le forme che colpiscono il planum nasale, i segni clinici maggiormente riscontrati sono epistassi/ sanguinamento, starnuti, ulcere ed edema del planum nasale.
Per avere la diagnosi definitiva è necessario effettuare una citologia o una biopsia incisionale/ escissionale. E’ consigliabile effettuare radiografie del torace in 3 proiezioni per accertarsi dell’assenza di lesioni metastatiche polmonari, seppur rare. Infine, è raccomandato eseguire la citologia dei linfonodi tributari (mandibolari e retrofaringei) per escludere la presenza di metastasi linfonodali. Con le informazioni derivanti dagli esami collaterali appena citati, è possibile ottenere una stadiazione del SCC, importante per poter impostare il protocollo terapeutico che maggiormente si adegui al singolo caso. Di seguito è riportato lo staging system della World Health Organization (Owen, 1980) per i tumori cutanei felini:
Dimensioni del tumore
T0 Non evidenza del tumore
Tis Tumore in situ (non invade la membrana basale)
T1 Tumore <2cm diametro, superficiale o esofitico T2 Tumore 2-5cm diametro, o minimamente invasivo T3 Tumore >5cm, o con invasione del sottocute
T4 Tumore invadente altre strutture (fascia, muscolo, ossa o cartilagine)
Coinvolgimento linfonodale
N0 Assenza di metastasi linfonodali
N1 Presenza di metastasi linfonodali
Metastasi distanti
M0 Assenza di metastasi a distanza
M1 Presenza di metastasi a distanza
In letteratura sono riportati diversi approcci terapeutici:
Rimozione chirurgica: trattamento maggiormente efficace, con un tasso di ricorrenza locale inferiore al 10%. Da prendere in considerazione soprattutto per lesioni del padiglione auricolare e delle palpebre; per quanto riguarda la resezione del planum nasale, questa è possibile e presenta buona prognosi, ma la maggior limitazione è data dall’aspetto estetico post-chirurgico.
Criochirurgia: tecnica che utilizza l’azoto liquido applicato localmente per indurre la necrosi del tessuto patologico. Utilizzabile per le forme superficiali (T1 e T2).
Radioterapia: da 2 differenti studi, si è visto che porta a remissione completa circa l’87% dei casi, per un periodo di tempo medio di 2 anni e con minimi effetti collaterali.
Plesioterapia: tecnica che prevede l’applicazione di una sostanza radioattiva direttamente sulla lesione. Presenta un potere di penetrazione di 3 mm, per cui è da prendere in considerazione solo per forme superficiali.
Terapia fotodinamica: tecnica basata sull’applicazione di luce a seguito di somministrazione di un agente fotosensibilizzante, che induce la formazione di radicali liberi che portano a morte cellulare. Anche questa tecnica è utilizzabile solo per le forme superficiali, in quanto presenta un potere di penetrazione <5mm.
Chemioterapia: l’utilizzo più comune della chemioterapia per il SCC è intralesionale, da sola o associata all’elettrochemioterapia. In uno studio comprendente 23 gatti, si è visto che la somministrazione di carboplatino ha dato remissione completa nel 73% dei casi, con ricorrenza locale del 30% per periodi medi di circa 16 mesi.
Elettrochemioterapia: tecnica che permette di ottenere remissione completa circa nell’80% dei casi, con assenza di ricorrenza locale di malattia per periodi variabili dai 7 ai 36 mesi ed effetti collaterali trascurabili (edema ed eritema delle parti trattate). È basata sulla somministrazione locale o sistemica (15-20 mg/m2) di bleomicina associata all’apporto di impulsi elettrici direttamente sul sito da trattare, in modo da indurre un maggior penetrazione del farmaco e una maggior concentrazione all’interno delle cellule tumorali, inducendone la morte.
I tumori palpebrali del gatto hanno un’incidenza minore rispetto al cane, ma tra questi, il carcinoma squamoso palpebrale è tra le neoplasie più comuni. Si presenta in particolar modo in gatti di età media di 11 anni, a palpebre non pigmentate, con una predilezione per la palpebra inferiore e il canto mediale dell’occhio. Anche in questo caso, il trattamento d’elezione è l’asportazione chirurgica, che molto spesso, se la lesione occupa più di ¼ della palpebra, richiede l’utilizzo di tecniche ricostruttive mediante flap. In alternativa, è possibile ricorrere alla criochirurgia (da sola – in lesioni non approcciabili chirurgicamente o in lesioni di volume <1mm3 – o associata all’asportazione chirurgica), ablazione a laser CO2 (per lesioni superficiali), radioterapia, elettrochemioterapia o chemioterapia intralesionale di carboplatino
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